Decreto Dignità e Sponsorizzazioni Serie A: Impatto Economico sul Calcio Italiano dal 2018 al 2026

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Il giorno in cui gli sponsor sparirono dalle maglie
Il Decreto Dignità, varato come D.L. 87/2018 e convertito nella Legge 96/2018, è l’atto che ha vietato in Italia ogni forma di pubblicità e sponsorizzazione diretta del gioco d’azzardo, comprese le scommesse sportive. Chi segue il calcio da abbastanza tempo ricorda bene il prima e il dopo: maglie di Serie A che esibivano marchi di operatori di scommesse, cartellonistica negli stadi, spot durante le partite. Da un giorno all’altro, tutto questo è diventato illegale.
L’impatto economico è stato enorme e quantificabile. Tra la stagione 2019/20 e la 2024/25, la Serie A ha perso circa seicento milioni di euro di mancati ricavi da sponsorizzazioni legate al betting. Non è una stima vaga: è la cifra cumulativa che emerge dai conti del massimo campionato italiano, un buco che si è aperto in un settore commerciale che fino al 2018 rappresentava una voce solida del bilancio dei club.
Capire questo provvedimento significa capire una delle trasformazioni più profonde dell’economia del calcio italiano dell’ultimo decennio. Non si tratta solo di marchi scomparsi dalle maglie, ma di un riassetto del rapporto tra sport e industria del gioco che continua a far discutere, con la Serie A che spinge per una revisione e il fronte della tutela del consumatore che difende il divieto. In questo articolo ricostruisco cosa vieta esattamente il decreto, quanto è costato, chi ne ha pagato il prezzo e dove si è arenato il dibattito.
Cosa vieta esattamente il Decreto Dignità
Il divieto introdotto dal Decreto Dignità è tra i più estesi d’Europa, e questo è il primo dato da fissare. Non si limita a regolare la pubblicità: la proibisce in modo pressoché totale, su quasi ogni canale.
Il perimetro del divieto copre la pubblicità televisiva e radiofonica, i cartelloni e i billboard, la presenza negli stadi e sugli impianti sportivi, i marchi sulle maglie da gioco delle squadre, gli spot durante gli streaming e i contenuti sponsorizzati nei podcast. In pratica, qualsiasi forma di comunicazione commerciale che promuova un operatore di scommesse verso il pubblico generale è vietata. Le sanzioni per la violazione sono pesanti e proporzionate al valore della sponsorizzazione, il che ha reso il divieto effettivo e non aggirabile.

Esiste un’unica eccezione, ed è circoscritta. La comunicazione sul mercato e sulle quote resta consentita esclusivamente sulle piattaforme di proprietà degli operatori stessi: il loro sito, la loro app, i loro canali ufficiali. Un operatore può quindi informare i propri utenti già registrati delle quote disponibili sul proprio sito, ma non può promuoversi verso il pubblico esterno attraverso lo sport o i media generalisti. Questa distinzione — comunicazione interna consentita, promozione esterna vietata — è la chiave per capire perché alcune forme di presenza del betting sopravvivono mentre le sponsorizzazioni sportive sono sparite del tutto. Il confine non è tra parlare e tacere, ma tra parlare ai propri clienti e cercarne di nuovi attraverso canali pubblici.
I ricavi mancati della Serie A dal 2019 al 2025
Seicento milioni di euro in sei stagioni. È questa la cifra che pesa di più quando si discute del Decreto Dignità in chiave economica, e merita di essere scomposta per capirne la portata. La Lega Serie A stima la perdita annua tra gli ottanta e i cento milioni di euro a partire dall’entrata in vigore del divieto nel 2018, e moltiplicando questa forbice per il numero di stagioni si arriva al dato cumulativo.
Per dimensionare il danno, conviene contestualizzarlo nel mercato delle scommesse italiano. Il calcio ha generato nel 2024 una raccolta di 16,13 miliardi di euro, pari al settantadue percento dell’intera raccolta sportiva nazionale: un settore enorme, profondamente intrecciato con lo sport che lo alimenta. Prima del 2018 questo legame si traduceva in flussi pubblicitari diretti verso i club, che oggi sono semplicemente scomparsi dai bilanci.

La voce della Lega su questo punto è netta. Come ha sottolineato l’amministratore delegato Luigi De Siervo, dal 2018 le squadre di Serie A hanno perso oltre cento milioni di entrate all’anno a causa del divieto di sponsorizzazione del betting, una cifra che pesa in modo particolare sui club medi e piccoli, per i quali un accordo di sponsorizzazione di maglia rappresentava una percentuale significativa del fatturato commerciale. I grandi club hanno potuto compensare con altri sponsor e con i ricavi internazionali; le società di fascia media hanno assorbito il colpo con molta più difficoltà, perché per loro quel tipo di accordo era spesso il più remunerativo disponibile. Il risultato è un divario che si è allargato, con il divieto che ha colpito in modo asimmetrico chi aveva meno alternative.
Quindici club su venti: la fotografia del pre-2018
Per capire quanto fosse pervasiva la presenza del betting nel calcio italiano prima del divieto, basta un numero: quindici club di Serie A su venti avevano accordi commerciali con operatori di scommesse. Tre quarti del massimo campionato erano legati, in una forma o nell’altra, all’industria del gioco.
Questi accordi non erano tutti uguali. Andavano dalla sponsorizzazione principale di maglia, la più visibile e remunerativa, a partnership minori su materiali di allenamento, cartellonistica o attivazioni digitali. La pervasività raccontava un fatto economico semplice: il betting era, per il calcio, uno degli sponsor naturali, disposto a pagare cifre importanti per associarsi a un pubblico appassionato e numeroso.

Dopo il 2018, quel numero è crollato a zero sulle maglie da gioco. Nessun club di Serie A può oggi esibire un marchio di scommesse sulla divisa ufficiale. La transizione è stata netta e immediata, senza periodo di adattamento graduale: i contratti in essere sono stati rescissi o non rinnovati, e gli spazi commerciali liberati sono stati occupati da sponsor di altri settori, spesso a condizioni economiche meno favorevoli. Questo passaggio da quindici a zero è la rappresentazione più concreta dell’impatto del decreto sul tessuto economico del campionato.
Il dibattito politico sulla revisione del decreto
A distanza di anni, il Decreto Dignità resta uno dei provvedimenti più controversi del settore, e attorno alla sua eventuale revisione si è formato uno scontro che attraversa la politica, lo sport e le associazioni civili. Le posizioni sono nette e difficilmente conciliabili.
Sul fronte della revisione si schierano la Lega Serie A e parte del mondo dell’industria, che sostengono come il divieto totale abbia avuto effetti collaterali indesiderati: non ha ridotto il gioco, ma ha spostato risorse fuori dal circuito legale e ha privato i club di una fonte di finanziamento legittima. L’argomento centrale è che una regolamentazione della sponsorizzazione, con limiti e tutele, sarebbe più efficace di un divieto assoluto, perché riporterebbe sotto controllo flussi che oggi sfuggono e restituirebbe ossigeno ai bilanci sportivi.

Sul fronte opposto, i difensori del divieto — associazioni per la tutela del consumatore e gruppi impegnati contro la ludopatia — sostengono che la pubblicità del gioco normalizza comportamenti a rischio, in particolare verso i più giovani e i soggetti vulnerabili. Per loro il legame tra sport e scommesse è proprio ciò che va spezzato, perché l’associazione tra la passione calcistica e il gioco a denaro è un veicolo di esposizione potente. Riaprire alle sponsorizzazioni significherebbe, secondo questa lettura, riportare il betting al centro dell’immaginario sportivo, vanificando l’obiettivo di salute pubblica del decreto. Tra queste due posizioni la mediazione è complessa, perché non si tratta solo di numeri ma di una scelta su quale ruolo il gioco debba avere nella vita pubblica.
Il Decreto Dignità vieta anche la sponsorizzazione dei kit di allenamento?
Sì, il divieto si estende a tutto l’abbigliamento ufficiale visibile, compresi i kit e i materiali di allenamento utilizzati dalle squadre in contesti pubblici o mediatici. La logica del decreto è impedire qualsiasi esposizione del marchio di un operatore di scommesse verso il pubblico generale attraverso lo sport, quindi non si limita alla maglia da gara ma copre ogni capo e supporto che renda visibile il logo di un operatore in occasioni trasmesse o aperte al pubblico.
È prevista una revisione del Decreto Dignità nel 2026?
Il tema della revisione è oggetto di dibattito ricorrente, con la Lega Serie A e parte del mondo sportivo che ne sostengono la modifica, ma non esiste a oggi un percorso normativo definito che porti a un superamento del divieto. La materia resta politicamente sensibile per via del contrasto tra le esigenze economiche dei club e le ragioni di tutela della salute pubblica sostenute dalle associazioni contro la ludopatia, e ogni ipotesi di intervento deve fare i conti con questo equilibrio difficile.
Un divieto che continua a pesare sui bilanci del calcio
Il Decreto Dignità ha ridisegnato il rapporto tra calcio e scommesse in Italia con un tratto netto, e i seicento milioni di mancati ricavi accumulati dalla Serie A in sei stagioni sono la misura più tangibile di quel taglio. Il provvedimento nasce da una preoccupazione legittima — proteggere i soggetti vulnerabili dalla pressione pubblicitaria del gioco — ma ha prodotto un effetto economico che continua a gravare in modo asimmetrico sui club, colpendo più duramente le società di fascia media. Il dibattito sulla revisione resta aperto e difficilmente componibile, perché mette di fronte due valori legittimi e in tensione: la sostenibilità economica dello sport e la tutela della salute pubblica. Per il quadro complessivo di quanto il betting muove nell’economia del calcio italiano, vedi l’impatto economico betting calcio italiano.

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